My Concept

Villa Parens - My Concept
PENSIERI E PAROLE

Diversamente Collio, con Logica e Dinamica, per il Futuro della Tradizione.    

 “Perché non rendere il vino un’esperienza, trasmettendo emozioni? Perché non credere che la perfezione sta nella natura? Perché non fare il vino come lo vorrei bere io, piuttosto che adeguare la mia offerta alle richieste di mercato?”

La Vita, è un fatto di Sensibilità, Buon gusto, Cultura, Educazione, si sviluppa in un life concept che detta il life style, e anche per fare un vino ci vuole un wine concept che conduca al wine style, perché farlo è facile, farlo buono è un’arte, e per giungere alle sue vette occorre l'estremismo di una grande personalità. L’eleganza che esprimiamo ed indossiamo non inganni, siamo gente dalla terra, della terra e per la terra, nelle nostre forme, i vini, e nelle nostre espressioni, la presentazione, la percezione e la volontà di una differenza, dettata da principi etici ed estetici. Sono enologo, ho seguito mio padre, ho cercato di inventare nuovi passi, credendo che il compito sia interpretare il suo gesto creativo e riprodurlo nel tempo perchè non vi è futuro senza passato. Mi definisco purista, discepolo di un credo sempre attuale, mai di moda. Ho fatto quaranta vendemmie, degustato vini importanti, frequentato ristoranti, cucine etniche, girato il mondo, e ne riscontro sempre la modernità e convintamente lo perpetuo. Ecco perché “Villa Parens”, in latino “genitori, avi”, a ricordo e riconoscenza di chi ci ha preceduto ed ha reso possibile ciò che abbiamo e, soprattutto, ciò che siamo, di questi padri che ci accompagnano nella vita anche quando non ci sono.          

La Perfezione sta nella Natura, capirla e rispettarla, non elaborarla perché soddisfi i nostri limiti. Questa l’origine della filosofia che ci porta da cinquant’anni ad interpretare e a sostenere un’idea, e a darle una chiara e precisa identità. Se la creatività è la capacità di trasformare qualcosa che vive nell’astratto per renderla percepibile, la missione è il rispetto dei caratteri originali della materia prima ed esaltarne le proprietà intrinseche che ne costituiscono le qualità. Perché la qualità non si fa, c’è già, è insita nella natura. Possiamo solo estrarla, esaltarla, e, nella nostra concezione, interpretarla mai elaborarla, ed in virtù di esperienza, professionalità, valori, talento e capacità di confronto con il territorio e le sue tradizioni, darle una tipicità. Ecco perché “puro secondo natura”, perché è nella natura delle cose che si trova il loro senso, e la loro sublimazione, ed è lì che bisogna arrivare per capire, perché se si capisce si apprezza, e quando si apprezza, si rispetta. La natura, non sempre amica, è soltanto da quando l’uomo ha potuto dominarla che abbiamo cominciato ad apprezzarla e a godere dei suoi aspetti più belli. Scompaiono così le formule empiriche e si dichiara il nostro credo purista, con la ricerca scientifica ed il progresso tecnologico, con l’oggettività nella forma e la naturalezza nella sostanza.

Il Concept “meno alcool e niente legno, sempre attuali e mai di moda”, per una cultura del bere semplice ed elegante ha sempre, dall’inizio, accompagnato l’identità della nostra filosofia. Va accreditato a mio padre, Vittorio Puiatti, fine anni Sessanta, il passaggio del vino da solo alimento e bevanda a prodotto artistico, dell’emozione e del piacere, attribuendo all’olfatto, senso all’epoca dimenticato, il valore primario. Tradotto: le emozioni che ci inducono a scegliere, ad apprezzare ed a sublimarci con il vino, risiedono principalmente nei profumi e nelle sensazioni olfattive. Nel carpe diem di questa componente così eterea, da richiedere una profonda concentrazione e conoscenza per essere percepita. Per il mondo del vino un cambio di visione, una svolta estetica, una rivoluzione. Uomo di ampia cultura umanistica, profonda conoscenza e spirito ricercatore ed innovatore (vedere sito web), enologo conosciuto e riconosciuto, è stato per i pochi “attenti” un precursore, per i tanti “tradizionalisti” un visionario ed un diverso. Come di recente ricordato dal giornalista-assaggiatore Daniele Cernilli, un insegnante di vite e di vita. Si sa, quando sei solo sei come una voce fuori dal coro, un acuto che stride invece di incantare, un talento privo di omologazione. Sono i posteri a legittimare i geni, e oggi, che le nuove sensibilità del mercato e dell’arte gastronomica chiedono al vino certi criteri, sono dovuti riconoscimento e riconoscenza, per quanto interpretato già cinquanta anni fa.      

Il Vino ha una funzione subliminale se da solo, e anche di accompagnamento se sulla tavola, può emozionare ammirando la bellezza o abbinando il cibo, in un sublime matrimonio di percezioni. È così che inizia il futuro della tradizione, l’obbiettività verso il conosciuto e l’evoluzione nel divenire, il passaggio dall’accettazione alla ricerca della perfezione nella natura, dalla creatività alla purezza. Ecco la Missione della Logica e della Dinamica nella viticoltura ragionata e nella tecnica purista, in contrapposizione al bio-logico e bio-dinamico, per la salvaguardia in rapporto alle esigenze, il rispetto dei caratteri originali e naturali, cogliere il carpe diem, con la capacità di preservare, per godere nel tempo. Uno è il creatore, a me è concesso di essere creativo, quindi, origine, cultura, professionalità, talento, capacità di confronto e di adattamento, sono necessari a capire, il come fare, ma anche il come apprezzare. Sono valori che devono distinguere e fare la differenza, soprattutto ora che l’attenzione si sposta dagli Storici vignerons “nati sulla via di Bacco”, ai Vip-vignerons, hobbisti, garagisti, sportivi, attori, imprenditori e pornostar, “folgorati sulla via di Bacco”. 

La Tipicità è il concetto giusto per raccontare il vino, non il terroir. Il vino, infatti, rispecchia non solo le caratteristiche del vigneto, ma anche quelle culturali del posto in cui nasce, e quindi del territorio, delle persone, della cucina, della tradizione, della metodologia usata in agricoltura. Ogni vitigno è una piccola voce che parla, al centro c’è sempre la storia. Dobbiamo raccontare il vino attraverso un approccio tecnico, ma mettendo sempre il contesto culturale, fondamentale per far innamorare il degustatore di un vino o di un territorio. 

Nel Collio, la mia terra, un patrimonio autentico e originale, è stato trascurato dalla poca lungimiranza. Non si sono metabolizzati i concetti di nicchia e di lusso, consoni ad una grande personalità e a dimensioni contenute. Dove per nicchia intendo esclusività, e per lusso, come sostiene il Dott. Arrigo Cipriani, qualcosa che ha un’anima, perché il lusso è il vero contenuto delle cose, ed è un contenuto spirituale, emozionale. Velleitaria si è rivelata la pretesa di fare tutto dappertutto, inseguendo fantasie dettate da mode e cattivo marketing, classifiche e numeri, rivelatisi alla lunga insostenibili, e per quantità e per valore: una forzatura che alla lunga non ha pagato. La vendetta del “terroir” è inesorabile. Il rapporto tra clima e qualità del vino è uno dei temi più affascinanti della viticoltura, ed acquisisce oggi particolare significato, visto che viviamo un’epoca di accertato, e misurato, mutamento climatico. Al clima si legano elementi chiave della qualità: l’effetto annata, la maturazione dell’uva, il rapporto vitigno-ambiente in relazione alla precocità di maturazione, la scelta della data di vendemmia, l’equilibrio nei componenti dell’uva, la natura e l’espressione dei profumi, il colore nei vini, rossi in particolare. Assorbire questi concetti per andare a favore di natura e riaffermare il Collio, con le sue tipicità. Imporre un’identità, educare, con una più raffinata sensibilità espressiva dei prodotti. La zona è nota per delle caratteristiche che i miei vini non esprimono, sono spesso imputati di mancanza di rusticità!?!? Un complimento: si percepisce una diversità!!! La domanda è: che diversità? Ed in confronto a che cosa? E secondo chi? Partendo dal principio che siamo in un campo artistico, e pertanto con una percezione soggettiva, bisogna considerare il concetto di bellezza oggettiva, che è l'unica con la quale si possa impostare un discorso concreto per accettare un confronto. L’evoluzione è fondamentale, l’ancoraggio alla tradizione è un limite, ed imputo al Collio di essersi addormentato sugli allori, di aver guardato al guadagno, di aver rinnovato solo pietre e macchinari. Una storia vitivinicola che non ha saputo, o meglio, voluto, confrontarsi, che non ha fatto, ma che si è trincerata nel copiare bisnonni, nonni e padri, che ancora segue gli empirismi di lune e maree, in un mondo che vive tra azione e reazione, e che misura il tempo in nano secondi. L’appeal è sceso, ci sono problemi di identità, di immagine, e a parte i mercati confinanti, di collocamento geografico. Dovrebbe farsi una domanda e darsi un paio di risposte, per riemergere con quel piccolo credito che ancora vanta, grazie alla sovranità dei nomi che ne hanno segnato la storia. Responsabilizzo i produttori che, accettando di farsi giudicare, da critici ed opinionisti, spesso improvvisati, si sono piegati al denominatore comune di un gusto catalogato, mentre bisogna fare un fronte comune e continuare il percorso tracciato dai padri innovatori. Percorso di identità, caparbietà, innovazione, con la consapevolezza di essere unici: il Credo per affermare un prototipo e non un archétipo. Nei miei aforismi “l’uva non nasce con il sapore di legno” e “il legno in cantina è come la panna in cucina” sintetizzo il purismo della mia filosofia e la necessità del confronto con il mondo che vogliamo servire. Da quanto tempo, e a che scopo non si affumica più e non si usa più la panna in cucina? E le cotture si servono del vapore, dei forni termo ventilati ed ora del sottovuoto a basse temperature? Da tanto tempo, e con lo scopo di rispettare la materia prima! Per presentare qualche cosa che è genuino e puro: perché la perfezione sta nella natura. Con questa disamina ritengo che la cucina è anni avanti alla cantina, mentre in questa si continuano ad utilizzare elementi che influiscono sulla natura e la composizione del prodotto, e ne mutano l’identità e la piacevolezza, vanificando il concetto di “terroire”. Responsabilizzo anche chef e ristoratori che spesso si soffermano sui marchi, ascoltando, scegliendo senza un confronto con la loro creatività. Non si accorgono che, un alto grado alcoolico e degli infusi di legno, definiti nel non recente 1986 dal gastro-nauta Davide Paolini, “spremute di Pinocchio”, prevaricando e coprendo fino a dominare, possono vanificare l’impegno e la preparazione di una vita, gli investimenti in tecnologia e ambienti, in argenti e cristalli. Ci sono poi quelli che io definisco i “vini confettura”, proposti a pasto, con residui zuccherini che andrebbero bene per abbinare un dessert, che compiacciono un mercato distratto e di volumi, ma nulla hanno a che fare con un concetto etico, perché, come insegnano prodotti di importanza datata e riconosciuta, “il mercato è dolce, la qualità è secca”. E non possono mancare, mentre stiamo andando su Marte, i richiami al Sacro Romano Impero, con gli “orange wines”, iper macerati e iper ossidati, in tini di legno e anfore di terracotta, che definisco e risolvo con una considerazione: “nel terzo millennio anche l’aceto è diventato buono da bere”

Risorgere cogliendo lo spunto, in primis, da un deciso cambio di visione sulla Ribolla Gialla. L’unica vera uva autoctona, risvegliata da un venticello modaiolo ed una propensione alla spumantizzazione, ma in cui crediamo in pochi, visto l’esiguo ettaraggio coltivato, ed il ruolo di comprimaria, prima che di protagonista, sin qui riservatole. Per me la Regina, profumi sobri, raffinati, eleganti, un perfetto e naturale equilibrio tra alcool ed acidità, che la rendono duttile agli abbinamenti. Come piace dire agli anglosassoni, “clean and crisp, light bodied”. Io faccio la mia parte con un vino ed un metodo classico, avendolo ideato, quest’ultimo, per primo, a metà degli anni Duemila. Auspico una nuova sensibilità anche sul vino rosso dove è apparente l’anacronismo di molti vitigni e la naturale predisposizione verso uno in particolare, il mio preferito: “Le Roi”, Il Pinot Nero. Di grande classe, probabilmente come nessun'altro, è il confine, la demarcazione, tra il vino bianco e quello rosso, e ritengo il Friuli il limite sud di coltivazione di questa varietà, tipica dei climi freschi e freddi, che permettono uno sviluppo di aromi e profumi più intensi ed eleganti. È un'uva tra le più antiche, piuttosto bizzarra, che richiede grande maestria. La mia filosofia, che nega l’uso del legno come concia e come acceleratore di maturazione, alla ricerca di una improbabile imitazione borgognona, si concentra sulla parola Pinot, interpretandolo, quasi, come un vino bianco colorato. Prima diraspato poi pigiato, pochi giorni di macerazione per ottenere un colore rubino vivo ed estrarre pochi ma gentili tannini, puntando sull’acidità, per un giusto equilibrio. Un piacere fresco e profumato, dove siano riconoscibili menta, foglia di pomodoro e aneto, e si evidenzino la natura fruttata dell'uva, in particolare aromi di frutti a bacca rossa, come ciliegia, lampone, fragola e mirtillo, o gli aromi floreali di rosa e violetta. È una prova impegnativa ma, in una terra predisposta a raffinatezza ed eleganza, non dovendo forzare innaturali corposità, è una sfida in cui credere. Io dal 1986.

Credo, richiamando Marcel Proust, che, trovandosi ad un bivio, è da pionieri scegliere la strada meno battuta, e, con la sensibilità e l’attualità del “Puiatti Concept”, mi pongo in lotta contro il declassamento dei valori estetici, e tra i pochi tenutari di una diversa cultura, dell’eleganza e del piacere del bere. I vini di Villa Parens sono diversi, all’apparenza possono sembrare semplici, nascondono equilibri molto rigidi! Contengono suggestioni, emozioni ed armonie, frutto di una ricerca appassionata. Sono la lettura della vita, interpretazione di necessità e desideri, in piena sintonia con la realtà del tempo, con una chiara e precisa identità, senza compromessi, perché “uno stile originale ed inconfondibile, lascia il segno”. Non ci sono parole per spiegare un gusto, un sapore, che racchiude una missione, per capire bisogna affinare gli strumenti culturali, usare obbiettività, recepire l’emozionalità dell’interpretazione, resettare i sensi, vivere l’eleganza, concedersi il piacere. Meno alcool e niente legno, e anche il Collio, visto con una profonda visione estetica, apparirà diverso, con una nuova luce, integro e autentico, in quella che io interpreto, propongo e ritengo la sua reale capacità espressiva. Una combinazione tra Alsazia e Chablis, con una benedizione di Borgogna a cui, nel 1978, abbiamo aggiunto un tocco di Champagne, mettendo il Collio nelle bollicine, con la produzione, per primi, di un Metodo Classico. Presunzione? No! Credo: in un Territorio che, a differenza dei francesi nominati, quasi mono-varietali, raggiunge con più vitigni espressioni uniche! Credo: nel Made in Collio, attraverso l’importanza delle cose “fatte bene” e attraverso l’artigianalità: princìpi senza tempo che vengono a combaciarsi in una nuova era. I vigneron hanno la responsabilità sociale nei propri confronti: devono essere orgogliosi del loro lavoro, essere soddisfatti e ricordarsi che l’economia non è il fine ma il mezzo. Il fine è la nostra vita, la nostra famiglia, i nostri affetti, la nostra azienda.

La Magia si concentra in luoghi che devono essere cercati. Vanno esplorati tutti i versanti, con la dovuta attenzione e cura, tanto più che la storia vitivinicola, è stata in molti casi estirpata dalla memoria collettiva assieme alle radici della nostra cultura. Sono sicuro che tanti aspetti devono ancora trovare produttori abbastanza coraggiosi, appassionati, preparati, da riuscire a fare emergere vocazioni spesso insospettabili. O magari solamente dimenticate, ricoperte da un velo di polvere del tempo. Il futuro appartiene a chi ha il coraggio di essere differente e le cose che costruiamo ci rendono ciò che siamo. Le mode passano, l’eleganza rimane”, solo alzando le prospettive, e con convinzione, si potrà rilanciare il valore del talento, per sostenere una diversità ed affermare una superiorità, dire addio alla rusticità ed imporre una aristocraticità. Non resta, a noi tutti, che metterci alla ricerca, ciascuno sulla via che gli è propria, facendo quello che possiamo, dando quello che abbiamo. Il resto lasciamolo alla follia dell’arte. Meravigliose sorprese ripagheranno la nostra perseveranza, guardando a ieri pensando a domani. Ci vuole un sogno collettivo!

 

“Tutto quello che facciamo rappresenta quello che siamo, anche il vino prima di essere una bevanda è un’idea, e dato che la nostra reputazione ci precede ovunque, solo la verità ed il buon nome sono permanenti.” 

Opinabilmente, quanto esprimo, non è la Bibbia, inopinabilmente è il Vangelo secondo Puiatti, per l’interpretazione del vino e la sua esaltazione estetica. Dal 1967, attraverso il 2014, Diversamente Collio, per il gusto di bere elegante. 

Non abbiamo seguito, abbiamo fatto! A voi scegliere, a noi stupirvi.

Giovanni Puiatti

(2015)

Collio: la terra dei migliori vini bianchi del mondo!

 

Per meditare

Con tutto questo fermento attorno alla bottiglia, con le cantine che spesso non hanno un enologo, bensì un opinionista consulente, con I reucci dei concorsi, le chiacchiere, gli inferni televisivi, i congressi, gli show tasting, le guide dei vini, la réclame surrettizia di certe aziende produttrici, la fuffa alla barrique o agli aromi, i sommelier, i pensieri leggeri dei wineblogger, i conti che non tornano quasi mai, i critici enogastronomici che tornano sempre, diventa comprensibile vedere i “produttori storici sull’orlo di una crisi di nervi”. 

Carlin Petrini

 

Secondo gli appassionati americani sondati on line da “Wine Spectator”, la più diffusa rivista enoica del mondo, che ha chiesto loro quali Regioni del Belpaese (tra 12 selezionate dalla testata, ndr) siano più interessati a visitare, è al top, senza dubbio, c’è la Toscana scelta dal 36% dei 350 appassionati che hanno risposto al sondaggio. A seguire con il 30%, il Piemonte e, a completare il podio, ma a distanza, il Friuli Venezia Giulia con il 10% delle risposte. Il resto sono briciole: si va dal 6% della Sicilia al 4% di Trentino Alto Adige e Campania, fino al 2% di Puglia, Umbria, Sardegna e Veneto e all’1% dell’Abruzzo. E nell’anno dell’Expo di Milano, da segnalare lo 0% registrato dalla Lombardia, evidentemente non percepita come Regione del vino italiano a livello internazionale.    

Wine Spectator                            

 

L’Italia, con i suoi vini migliori, può competere alla pari con la Francia per qualità. Ma deve crederci, e costruirsi un “Ego” per valorizzarsi, senza arroganza ma con consapevolezza, e fare un marketing più concreto ed efficace, soprattutto puntando sul suo patrimonio, unico al mondo, di vitigni autoctoni. 

Robert Parker

 

“Sarà necessario, prima o poi, abbandonare i vini fatti in legno, le denominazioni continueranno ad essere importanti, ma come semplice indicazione di origine. Il resto è un “bla bla” che non ha nulla a che fare con la qualità di un vino. La qualità deve invece essere garantita da accordi e patti concreti fra produttori, da comunicare in modo trasparente ai consumatori”

Pedro Ballesteros Torres-Master of Wine

 

“L’Italia del vino? È la più grande fonte di emozioni al mondo”. Toglietevi la Francia dalla testa, credete di più nell’Italia del vino, che ha tante risorse e piace al mondo, andate nei mercati più spesso, meglio, e con più organizzazione e coesione, per raccontare i vostri prodotti e il vostro lavoro, e non date nulla per scontato, ma preparatevi sempre a dialogare, nel modo giusto, con gli interlocutori che avrete davanti di volta in volta. L’Italia è cresciuta perchè ha il meglio di quello che il mondo chiede ora: vitigni autoctoni e vini identitari, tanti territori unici, ma deve promuoversi meglio. Anche in mercati che pensa maturi, dovete fare molte, molte più degustazioni, dove mostrare unita questa vostra varietà e qualità, che invece fino ad oggi sono mancate. Ed organizzarvi meglio nella promozione: mi arrivano inviti da presstour ed eventi a fine anno, e a pochi giorni prima che inizino gli eventi, come se ci si accorgesse che sono rimasti soldi che vanno spesi per forza. Non ha senso, gli altri Paesi si organizzano per tempo, ed in maniera più strategica.

Così parlò Jancis Robinson-Financial Times

 

Il sistema dei punteggi è tutt’altro che destinato a scomparire. Anche se è innegabile che l’arrivo sulla scena delle nuove generazioni di consumatori, nativi digitali iperconnessi, e con un universo di “opinion leader” più frammentato, e fatto soprattutto di loro coetanei più esperti, di cui consultare le recensioni prima di procedere ad una scelta di acquisto, è destinato a cambiare il quadro generale. I punteggi, con i loro pregi e limiti conteranno ancora, soprattutto se firmati dalla triade “The Wine Advocate - Wine Spectator – Wine Enthusiast”. Ma tra i giovani, gli influencer saranno molto più numerosi ...

Adam Teeter-VinePair

 

Il domani è “instant, trust, fusion, trasparency, mini e custom”. “Instant”, perchè vogliamo tutto e subito; “Trust”, perchè c’è voglia, ma anche bisogno, di avere fiducia negli altri; “Fusion”, che è la capacità di mettere insieme idee apparentemente lontane che unite funzionano; “Trasparency”, perchè il consumatore oggi vuole storie vere e verificabili; “Mini”, con una sorta di ritorno al “piccolo è bello”; e “Custom”, perchè chiediamo sempre più prodotti personalizzati, cosa resa possibile anche dall’abbattimento dei costi: ecco alcuni dei trend che guideranno i consumi futuri ed il mercato, anche per il mondo del vino.

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